Le frasi più belle di Albert Einstein
Albert Einstein è senz’altro diventato, con gli anni, un genio immortale. Sbalorditivo è stato il suo successo a livello mondiale e nella cultura popolare di massa. La sua fama è diventata così alta e riconosciuta, che tutt’ora il suo nome è sinonimo di intelligenza e genio.
La grandezza di Einstein consiste nell’avere cambiato in maniera radicale le metodologie di interpretazione del mondo della fisica. Quella che ha messo in atto, grazie alla sua Teoria della Relatività, è una rivoluzione scientifica paragonabile a quella compiuta da Newton.
Oltre alla sua straordinaria intelligenza e lungimiranza, infatti ancora oggi le sue teorie sono valide e anzi, stanno arrivando prove concrete delle sue supposizioni, ma straordinaria è stata la sua fama. Una fama che è del tutto insolita per un fisico.
Ma Einstein è riuscito a colpire nell’immaginario collettiva, con la sua perspicacia e originalità.
Sono diventate iconiche anche le sue citazioni e frasi. Chi non ne conosce almeno un paio?
Noi di Skuola.net vogliamo proporvi un piccolo elenco delle frasi e citazioni non troppo conosciute pronunciate da questa mente così brillante.
Sommario
Frasi di Albert Einstein
Ciò che veramente mi interessa è se Dio avesse potuto fare il mondo in una maniera differente, cioè se la necessità di semplicità logica lasci qualche libertà.
Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e finché sono certe, non si riferiscono alla realtà.
È la teoria a decidere che cosa possiamo osservare.
L’essere umano è una parte di quel tutto che noi chiamiamo “Universo“, una parte limitata nello spazio e nel tempo. L’uomo sperimenta sé stesso, i suoi pensieri e i suoi sentimenti scissi dal resto — una sorta di illusione ottica della propria coscienza.
Lo sforzo per liberarsi di questa illusione è l’unico scopo di un’autentica religione. Non per alimentare l’illusione ma per cercare di superarla: questa è la strada per conseguire quella misura raggiungibile della pace della mente.
Quando mi domando come mai sia stato proprio io ad elaborare la teoria della relatività, la risposta sembra essere legata a questa particolare circostanza: un normale adulto non si preoccupa dei problemi dello spaziotempo, tutte le considerazioni possibili in merito alla questione sono già state fatte nella prima infanzia, secondo la sua opinione.
Io, al contrario, mi sono sviluppato così lentamente che ho cominciato a interrogarmi sullo spazio e sul tempo solo dopo essere cresciuto e di conseguenza ho studiato il problema più a fondo di quanto un normale bambino avrebbe fatto.
Pensieri di un uomo curioso
Conosco ormai l’incostanza di tutti i rapporti umani e ho imparato a isolarmi dal freddo e dal caldo in modo da garantirmi comunque un buon equilibrio termico.
Personalmente ho provato il piacere più grande a contatto con le opere d’arte. Mi danno una felicità che non riesco a trovare altrove.
Se verrà dimostrato che la mia teoria della relatività è valida, la Germania dirà che sono tedesco e la Francia che sono cittadino del mondo. Se la mia teoria dovesse essere sbagliata, la Francia dirà che sono un tedesco e la Germania che sono un ebreo.
Per punirmi del mio disprezzo per l’autorità, il destino ha fatto di me un’autorità.
Non mi preoccupo mai del futuro, arriva sempre abbastanza presto.
Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso.
Quando rifletto su di me e sui miei metodi intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più della capacità di impadronirmi della conoscenza assoluta.
Autobiografia scientifica
Che cos’è precisamente il «pensiero»? Quando, sotto lo stimolo di impressioni sensoriali, affiorano alla mente certe immagini, questo non è ancora «pensiero». E quando queste immagini formano sequenze in cui ciascun termine ne richiama un altro, nemmeno questo è ancora «pensiero».
Ma quando una certa immagine ricorre in molte di queste sequenze, allora – proprio attraverso questa interazione – essa diventa un elemento ordinatore, poiché collega tra loro sequenze che di per sé non sarebbero collegate. Un elemento simile diventa uno strumento, un concetto.
Io ritengo che il passaggio dalla libera associazione, o «sogno», al pensiero sia caratterizzato dalla funzione più o meno dominante che assume in quest’ultimo il «concetto». Non è affatto necessario che un concetto sia connesso con un segno riproducibile e riconoscibile coi sensi (una parola); ma quando ciò accade, il pensiero diventa comunicabile.
Per me non c’è dubbio che il nostro pensiero proceda in massima parte senza far uso di segni (parole), e anzi assai spesso inconsapevolmente. Come può accadere altrimenti, che noi ci «meravigliamo» di certe esperienze in modo così spontaneo? Questa «meraviglia» si manifesta quando un’esperienza entra in conflitto con un mondo di concetti già sufficientemente stabile in noi.
È un vero miracolo che i metodi moderni di istruzione non abbiano ancora completamente soffocato la sacra curiosità della ricerca: perché questa delicata pianticella, oltre che di stimolo, ha soprattutto bisogno di libertà, senza la quale inevitabilmente si corrompe e muore.
È un gravissimo errore pensare che la gioia di vedere e di cercare possa essere suscitata per mezzo della coercizione e del senso del dovere.
Una teoria è tanto più convincente quanto più semplici sono le sue premesse, quanto più varie sono le cose che essa collega, quanto più esteso è il suo campo di applicazione.
La fisica è un tentativo di afferrare concettualmente la realtà, quale la si concepisce indipendentemente dal fatto di essere osservata. In questo senso si parla di «realtà fisica».
Prima dell’avvento della fisica quantistica, non c’era alcun dubbio in proposito: nella teoria di Newton, la realtà era rappresentata da punti materiali nello spazio e nel tempo; nella teoria di Maxwell, dal campo nello spazio e nel tempo. Nella meccanica quantistica, la rappresentazione della realtà non è cosi facile.
Alla domanda se una funzione ψ della teoria quantistica rappresenti una situazione reale effettiva, nel senso valido per un sistema di punti materiali o per un campo elettromagnetico, si esita a rispondere con un semplice «sì» o «no». Perché?



