Le frasi più belle di Seneca

di Redazione
Latino

Lucio Anneo Seneca è stato un filosofo, drammaturgo e politico romano, esponente dello stoicismo. Seneca fu attivo in molti campi, compresa la vita pubblica, dove fu senatore e questore, dando un impulso riformatore.

 

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Condannato a morte da Caligola è stato graziato dallo stesso Caligola dopo poco. Esiliato da Claudio che successivamente lo richiamò a Roma, divenne tutore e precettore del futuro imperatore Nerone, su incarico della madre Giulia Agrippina Augusta.

 

Quando Nerone e Agrippina entrarono in conflitto, Seneca approvò l’esecuzione di quest’ultima come male minore.

 

Dopo il cosiddetto “quinquennio di buon governo” o “quinquennio felice”, in cui Nerone governò saggiamente sotto la tutela di Seneca, l’ex allievo ed il maestro si allontanarono sempre di più, portando il filosofo al ritiro politico che aveva sempre desiderato.

 

Tuttavia Seneca, forse implicato in una congiura contro di lui (nonostante si fosse ritirato a vita privata), cadde vittima della repressione, e venne costretto al suicidio dall’imperatore.

 

 

E’ considerato uno dei maggiori stoici, nonché autore riconosciuto come maestro di forma e stile. Infatti influenzò anche profondamente lo stoicismo romano di epoca successiva e non solo.

 

Quindi, se sei curioso di saperne di più su questo grande maestro, ma non hai voglia di prendere ripetizioni di latino, ecco una lista delle sue citazioni più belle.

 

Le citazioni più belle di Seneca

 

Tutti gli scritti di Seneca hanno uno stile ben preciso. Lo stile di Seneca fu definito, dal malevolo Caligola, «arena sine calce» (sabbia senza calce).

 

La prosa filosofica di Seneca è elaborata e complessa. Ma in particolare nei dialoghi l’autore si serve di un linguaggio colloquiale, caratterizzato dalla ricerca dell’effetto e dell’espressione concisamente epigrammatica.

 

Seneca è stato un autore particolarmente prolifico, ha scritto moltissime opere e trattati, eccone una carrellata dalla sua opera più famosa: i Dialoghi.

I Dialoghi

 

Le principali opere filosofiche di Seneca sono i Dialoghi. L’argomento principale è l’etica, e si rivolgono a un destinatario a cui il filosofo vuole dimostrare l’opportunità di realizzare una vita eticamente compiuta grazie agli insegnamenti filosofici.

 

A dispetto di tale denominazione, non si tratta di veri e propri dialoghi; poiché il filosofo costituisce la voce narrante in prima persona.

 

Quindi nella trattazione non vi è traccia di interventi diretti né di sostenitori né di contraddittori delle tesi esposte da Seneca stesso.

 

Elemento molto importante è la stretta connessione tra l’opera scritta e il momento in cui viene scritta. Infatti nelle singole opere si riflette l’atteggiamento e la disposizione psicologica di Seneca nei confronti del potere e della società di Roma che egli aveva in quel dato momento.

 

L’importanza dell’insieme dei Dialoghi perciò sta anche nel fatto che la loro composizione, attraversando tutta l’altalenante vita e carriera pubblica di Seneca, ci permette di avere uno sguardo sull’animo e i suoi cambiamenti del grande filosofo a seconda delle alterne fortune politiche.

 

Dialogi di Seneca sono dieci, distribuiti in dodici libri:

  1. Ad Lucilium de providentia;
  2. Ad Serenum de constantia sapientis;
  3. Ad Novatum De ira (in tre libri);
  4. Ad Marciam de consolatione;
  5. Ad Gallionem de vita beata;
  6. Ad Serenum de otio;
  7. Ad Serenum de tranquillitate animi;
  8. Ad Paulinum de brevitate vitae;
  9. Ad Polybium de consolatione;
  10. Ad Helviam matrem de consolatione.

 

Vediamone alcuni nel dettaglio.

De brevitate vitae

 

L’argomento trattato è il tempo e l’uso che dovrebbe farne il “sapiens” (il saggio).

 

Nonostante tutti si lamentino della brevità della vita, infatti, questa è lunga a sufficienza “per la realizzazione delle cose più grandi”; agli uomini sembra breve perché essi ne sprecano gran parte in futili occupazioni.

  • Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto.Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus.

  • Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire.[…] vivere tota vita discendum est et, quod magis fortasse miraberis, tota vita discendum est mori.

  • La vita è divisa in tre momenti: passato, presente, futuro. Di questi, il momento che stiamo vivendo è breve, quello che ancora dobbiamo vivere non è sicuro, quello che già abbiamo vissuto è certo.In tria tempora vita dividitur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agimus breve est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum.

  • Perdono il giorno in attesa della notte, la notte per timore del giorno.Diem noctis exspectatione perdunt, noctem lucis metu.

     

De vita beata

 

Sostiene che la vita vera è quella rivolta alla pratica della virtù.

 

Il piacere, invece, non può procurare la felicità, il quale non è in grado di procurare l’autosufficienza nell’uomo, in polemica contro i seguaci di Epicuro, che identificano il sommo bene al piacere.

  • La felicità vera è nella virtù. In virtute posita est vera felicitas.

  • Cerchiamo un bene che non sia appariscente, ma solido e duraturo, e che abbia una sua bellezza tutta intima: tiriamolo fuori. Non è lontano; si troverà, bisogna soltanto che tu sappia dove allungare la mano; ora, invece, come se fossimo al buio, passiamo davanti alle cose che ci sono vicine, inciampando magari proprio in quelle che desideriamo.

  • Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni.

  • Le ricchezze sono al servizio del saggio, allo sciocco comandano.

 

De ira

 

L’argomento centrale è la collera incontrollata. Questa è la caratteristica del tiranno, di colui, che non pone nessun limite alla sua “sete” di potere.

 

Propone due tipi d’imperatori: il tiranno (rappresentato da Caligola), il cattivo principe privo di moderazione e di autocontrollo e del tutto indifferente degli effetti dei propri atti sui sudditi. E il buon imperatore (rappresentato da Augusto) preso come esempio di saggezza e di moderazione.

  • Se non vuoi adirarti con i singoli, devi perdonare a tutti, conceder venia all’umanità intera.

  • Noi siamo nati in questa condizione di viventi soggetti a malattie dell’anima, non meno numerose di quelle del corpo, non perché siamo ottusi e tardi, ma perché non facciamo buon uso del nostro acume e siamo esempio di male l’uno all’altro; chiunque segue chi, prima di lui, s’è avviato sulla strada sbagliata, perché non deve essere scusato del percorrere la strada sbagliata che tutti percorrono?

  • Bisogna sempre concedere un rinvio: il tempo mette in luce la verità.

  • […] non sarà mai felice, chi si lascerà tormentare dalla maggior felicità altrui.

De providentia

 

Seneca sostiene che sono gli uomini a chiamare le avversità, che in realtà sono delle prove degli dei con le quali mettono a dura prova la morale, in maniera positiva.

 

Di conseguenza il saggio accetterà le sventure con animo lieto: in caso contrario, avrà sempre la possibilità di ricorrere al suicidio per salvare la propria virtù.

  • […] l’uomo buono differisce da Dio soltanto perché si trova nel tempo, ma è suo discepolo, suo emulo, suo vero figlio […].

  • «Allora, perché capitano tanti guai ai buoni?» Ad un uomo buono, non può accadere nulla di male: i contrari non si mescolano mai. Come tutti i fiumi, tutte le piogge che cadono dal cielo, tutto il fluire delle sorgenti curative non muta la salsedine del mare e nemmeno l’attenua, così l’assalto dell’avversità non piega la costanza dell’uomo forte: egli mantiene la sua coerenza e valuta tutto l’accaduto secondo le sue prospettive, perché è realmente più forte di ogni evento esterno.

  • Il fuoco prova l’oro, la sventura l’uomo forte.

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