Come rassegnare le dimissioni dal sistema scolastico nazionale

di Ilaria Roncone
Guida insegnanti

Sembra assurdo, ma anche dopo il lungo percorso che conduce all’insegnamento può succedere che qualcuno decida di abbandonare l’insegnamento scolastico. Ma come rassegnare le dimissioni dal sistema scolastico nazionale?

Se state pensando di rassegnare le dimissioni da docente della scuola pubblica c’è un iter che va seguito. Una premessa, anche se sicuramente è qualcosa a cui avete già pensato. Uscire da un lavoro statale significa rinunciare a una serie di vantaggi tipici di questa categoria (come, ad esempio, il celebre stipendio sicuro a fine mese). Prima di prendere questa decisione valutate da cosa è dettata la volontà di farlo: è un periodo di crisi passeggero, per quanto lungo, o avete perso il fuoco della passione per l’insegnamento?

Se la risposta è la seconda allora dovete sapere che ci sono una serie di procedure giuridiche da eseguire che danno portano a una serie di conseguenze a livello professionale. Conoscete tutte queste dinamiche?

Proveremo a farvi una mano e a rispondere alle domande più frequenti che ci si pone in questa situazione.

Basta, smetto di insegnare!

Può succedere che un giorno vi rendiate conto che no, non ce la fate proprio più ad insegnare nella vostra scuola elementare, media o superiore. Le ragioni per cui vale la pena rinunciare sono molte di più di quelle che possono spingere a restare.

Le ragioni che vi hanno spinto a pensare di dover rassegnare le dimissioni dal sistema scolastico nazionale possono essere tante e variegate:

  • poche opportunità a livello di carriera: in qualsiasi carriera lo scopo è progredire. In un caso come questo ancor di più, dato che si ha un impiego a tempo indeterminato. Il desiderio è quello di progredire, sia in termini di competenze che in termini di responsabilità e relativo stipendio. È qua c’è già da segnalare un primo inghippo: i docenti pubblici non navigano nell’oro, questo è noto, ma anche con l’avanzare della carriera gli aumenti di stipendio non sono mai davvero significativi.

La differenza tra gli stipendi dei docenti si basa quindi sul tipo di scuola in cui insegnano (elementare, media o superiore) e l’anzianità. Capita quindi spesso che, aspirando a guadagni economici maggiori, il desiderio di cambiare carriera si faccia strada in molti docenti. È a quel punto che molti decidono, per esempio, di virare verso l’insegnamento privato.

 

  • la sensazione di aver sbagliato strada: la passione è quello che muove una persona che decide di insegnare ed è imprescindibile per rimanere decenni nelle aule di scuola. Dopo alcuni anni può però succedere che la passione inizi a dissolversi. La routine e le difficoltà della professione vanno a compromettere la forza del sogno e a quel punto tutto ciò che avevi ignorato in nome della passione pesa come un macigno. Salario inadeguato, precarietà, mancanza di un reale riconoscimento per il lavoro svolto. E queste sono solo alcune delle tante ragioni che possono subentrare sulla strada dell’insegnamento.

In momenti difficili è facile iniziare a desiderare una vita diversa. Un altro contratto a tempo indeterminato in un settore diverso, magari. Arrivando persino a pensare che è il mestiere che non ha mai fatto per noi.

 

  • l’eccessiva mobilità: un docente a inizio carriera deve essere disponibile a continui trasferimenti un po’ ovunque, dove trova lavoro. Non importa la regione di provenienza, si potrebbe finire ad insegnare anche a centinaia di kilometri da casa, in realtà più o meno piccole e sconosciute. Questa è probabilmente la realtà più dura da digerire perché va a influenzare pesantemente anche la vita personale del docente.

Un volta che si comincia in un posto è difficile ottenere un trasferimento in tempi brevi. Spesso passano anni prima che ci si possa trovare più vicini a casa. Altre volte può anche capitare che, dopo tempo passato a insegnare nella propria città, si venga riassegnati in un altro luogo. E nell’ottica di un giovane trentenne che ha appena avuto dei bambini, che ha una famiglia e una casa, ciò influisce pesantemente sulla vita privata. Già a questo punto non tutti saranno disposti ad adeguarsi a questo tipo di cambiamenti. C’è chi sceglierà di mettere la propria vita privata davanti alla carriera.

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È in momenti come questo che può prendere avvio il percorso che porterà a rassegnare le dimissioni dal sistema scolastico nazionale. Una volta scritta la lettera parte un periodo di preavviso finito il quale il contratto di lavoro scade. Vediamo ora nel dettaglio i procedimenti giuridici e le conseguenze professionali di questa decisione.

Come funzionano le dimissioni?

La decisione che il lavoratore prende rassegnando le dimissioni è unilaterale. L’atto non deve quindi essere motivato e va effettuato rispettando il termine di preavviso previsto dai contratti collettivi nazionali.

Partiamo dal  quando. Secondo le norme vigenti in materia, un docente può rassegnare le dimissioni dal sistema scolastico nazionale anche nel corso dell’anno accademico. Questo avranno però valenza solo dal primo settembre dell’anno successivo. Fino a quel giorno ogni dipendente è tenuto a prestare regolare servizio.

 

Due tipi di dimissioni: classiche e per giusta causa

Come già detto, le dimissioni sono unilaterali. La fine del lavoro avviene quindi indipendentemente dal datore di lavoro: la pubblica amministrazione non dovrà quindi accattare le dimissioni.

Ciò che protegge lo stato, quindi, è il periodo di preavviso. Il lavoratore è tenuto a mantenere il suo ruolo fino alla fine di questo periodo. Ciò non toglie che il lavoratore potrebbe voler rassegnare le dimissioni con effetto immediato. In quel caso può farlo elusivamente pagando un’indennità di mancato preavviso. La cifra varia di caso in caso: si calcola considerando l’importo che gli sarebbe spettato se avesse continuato a lavorare fino al termine effettivo del periodo di preavviso.

Altro caso sono le dimissioni per giusta causa; in questo caso non è necessario alcun preavviso. Il lavoratore sta dichiarando di non poter proseguire, nemmeno temporaneamente, il rapporto lavorativo che si è irrimediabilmente incrinato. Per questo tipo di dimissioni possono esserci varie ragioni: mobbing, mancata retribuzione, peggioramento delle condizioni lavorative, molestie sessuali, spostamento immotivato della sede di lavoro.

Come dimettersi  concretamente

Per rassegnare le dimissioni l’insegnante deve riempire un modulo – reperibile online. Le regole imposte dal Jobs Act prevedono due opzioni diverse:

  • l’invio del modulo tramite il sito del Ministero del Lavoro. In questo caso serve il pin INPS Dispositivo. Accedendo al modulo tramite pin si può recuperare le informazioni sul proprio contratto di lavoro e inserire i dati di dimissioni.
  • rivolgersi a un qualunque soggetto abilitato (consulente del lavoro, sindacato, patronato, ispettorato del lavoro) dandogli il compito di compilare i dati e inviarli al Ministero del Lavoro.

La revoca delle dimissioni può avvenire entro sette giorni alla richiesta. Esaurito questo termine, il diritto di ripensamento decade.

Le dimissioni hanno un effetto permanente: una volta avvenuta, l’interruzione del rapporto di lavoro sarà irrevocabile. È bene quindi essere sicuri al 100% della propria decisione perché mai come in questo caso non saranno ammessi ripensamenti.

E che succede se un giorno, a distanza di mesi o anche di anni, si desidera reinserirsi nel pubblico impiego? Esiste la possibilità di riammissione, ma questa richiesta può essere accettata solo seguendo un preciso procedimento.

  • Per prima cosa deve essere fatta una domanda di riammissione alla Sovrintendenza Scolastica entro il 15 gennaio di ogni anno
  • Fatto ciò, l’ultima scuola in cui il docente ha prestato servizio deve esprimere un parere sull’interessato
  • la Sovrintendenza Scolastica deve valutare la compatibilità della domanda
  • Si verifica la disponibilità di cattedre che poi viene comunicata a chi ha fatto domanda
  • Stipulazione del contratto e assunzione del richiedente a partire dal primo giorno del successivo anno scolastico (primo settembre)

La riassunzione è soggetta alla disponibilità di cattedre. La scuola nella quale si viene riassegnati può essere diversa dall’ultima dove si è prestato servizio. Chiunque di dimetta non ha diritto al sussidio di disoccupazione, a meno che non siano dimissioni rassegnate per giusta causa.

Ci sono alternative alle dimissioni?

Dimettersi è una decisione che implica conseguenze pesanti. Ci sono alcune alternative che andrebbero considerate prima di licenziarsi.

C’è la possibilità di prendersi una pausa richiedendo l’aspettativa. Questo periodo che lo Stato concede al lavoratore dura un anno e serve per fare altre esperienze, per uscire da una fase di stallo e insoddisfazione semmai ci si dovesse entrare. L’aspettativa non comporta nessun tipo di conseguenza. L’unica cosa da considerare è che l’aspettativa non è retribuita. Il posto di lavoro sarà ancora vostro quando farete ritorno, ma avrete perso un anno di contributi, oltre allo stipendio.

Prendersi questo anno sabbatico può essere il giusto compromesso per evitare di commettere scelte di cui ci si potrebbe pentire. In questo periodo si possono valutare altre alternative e capire se lasciare l’insegnamento è davvero ciò che si desidera. Anche in questo caso, la domanda di aspettativa può essere fatta in qualsiasi momento ma ha valenza dal primo settembre dell’anno scolastico successivo.

Ma in quali casi si può prendere l’aspettativa?

Aspettativa per motivi di studio e familiari

In base al comma 1 e 2 dell’art 18 del CCNL comparto scuola, il personale scolastico può richiedere un’aspettativa non retribuita per:

  • motivi di studio: per coloro che vogliono proseguire un percorso di studi mantenendo comunque il proprio posto a scuola.
  • motivi familiari: per una qualunque situazione che necessiti la presenza della persona, non necessariamente per motivi gravi.

N.B. Per il dottorato di ricerca c’è il congedo straordinario, diverso dall’aspettativa per motivi di studio. La differenza con l’aspettativa per altro lavoro è che può farne richiesta anche chi ha un contratto a tempo determinato.

Aspettativa per altro lavoro per chi ha il contratto a tempo indeterminato

L’aspettativa può essere richiesta anche per la ricerca di un nuovo lavoro. Ciò avviene quando non si è sicuri di voler abbandonare la carriera scolastica ma si vuole sondare altri terreni, avendo la possibilità di farlo con le spalle coperte.

Si potrà quindi cominciare un altro lavoro ma, se non convince, ci sarà un anno di tempo per tornare tra le mura scolastiche. Chi può fare domanda di aspettativa non retribuita? Tutti coloro che lavorano a scuola con un contratto a tempo indeterminato: insegnanti, personale ATA e dirigenti scolastici.

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Come si richiede l’aspettativa?

Prima di tutto va inviata una lettera al proprio dirigente scolastico spiegando le motivazioni per la richiesta di aspettativa. Andrà anche data la prova dell’inizio del nuovo lavoro. Più che una richiesta questa è una comunicazione formale. Il dirigente scolastico, infatti, non può in alcun modo opporsi a questo diritto.

Nel caso dell’aspettativa per altro lavoro il nuovo impiego può essere sia nel settore pubblico che nel settore privato. Anche in questo caso l’anno comincia in corrispondenza dell’anno scolastico, il primo settembre. Attenzione, quindi, che il nuovo contratto rientri nelle tempistiche giuste.

Ricordati che l’aspettativa comporta: mancanza di stipendio, mancanza di versamento contributi pensionistici e un anno in meno per gli scatti di anzianità.

L’anno di riflessione importante per la formazione

Cos’è? L’articolo 26 comma 14 della legge 448/1998 dice che:

“I docenti e i dirigenti scolastici che hanno superato il periodo di prova possono usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita della durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni. Per i detti periodi i docenti e i dirigenti possono provvedere a loro spese alla copertura degli oneri previdenziali.”

Questo vuol dire che, per ogni dieci anni lavorati, il docente con contratto a tempo indeterminato ha la possibilità di prendersi un anno di pausa. Non c’è nessuna motivazione da dare, in questo caso, ma è un diritto ad un anno di pausa vera e propria a prescindere da tutto e tutti.

Questa possibilità è data in virtù del fatto che insegnare per molti anni può diventare pesante a livello emotivo. Questo strumento mira a smorzare le fatiche dei docenti e può essere cumulato con gli altri tipi di aspettativa.

Qualsiasi sia la vostra decisione, l’importante è prenderla essendo consapevoli di tutte le possibilità e i diritti in quanto docenti di scuola pubblica.

Ilaria Roncone

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