Le frasi più belle di Catullo
Gaio Valerio Catullo è stato un poeta romano. Il poeta è noto per l’intensità delle passioni amorose espresse, per la prima volta nella letteratura latina, nel suo Liber. Nel quale l’amore ha una parte preponderante, sia nei componimenti più leggeri che negli epilli ispirati alla poesia di Callimaco e degli Alessandrini in generale.
Catullo è per noi uno dei più noti rappresentanti della scuola dei neoteroi (cioè “poeti nuovi”), che prendevano a modello Callimaco.
L’autore greco è considerato il creatore di un nuovo stile poetico che si distacca dalla poesia epica di tradizione omerica divenuta a suo parere stancante, ripetitiva e dipendente quasi unicamente dalla quantità (in riferimento all’abbondanza dei versi di quest’ultima) piuttosto che dalla qualità.
Sia Callimaco che Catullo, infatti, non descrivono le gesta degli antichi eroi o degli dei, ma si concentrano su episodi semplici e quotidiani. Da questa matrice callimachea proviene anche il gusto per la poesia breve, erudita e mirante stilisticamente alla perfezione.
Catullo stesso definì il suo libro expolitum (cioè “levigato”) a riprova del fatto che i suoi versi sono particolarmente elaborati e curati.
Inoltre, al contrario della poesia epica, l’opera catulliana intende evocare sentimenti ed emozioni profonde nel lettore. Anche attraverso la pratica del vertere, rielaborando pezzi poetici di particolare rilevanza formale o intensità emozionale e tematica.
Sommario
Il Liber catulliano
L’opera più famosa di Catullo è il suo Liber, ovvero una raccolta di poesie in vario metro. Il Liber consta di 116 carmi divisi in tre sezioni:
- La prima parte (1-60) detta nugae, termine che, coniato dallo stesso Catullo, significa “sciocchezze”, “cose da poco”. Questa terminologia verrà poi ripresa anche da Francesco Petrarca. La prima parte raccoglie carmi brevi scritti in metro vario, soprattutto endecasillabi faleci, ma anche trimetri giambici, scazonti e saffiche.
- La seconda parte (61-68) detta carmina docta, contiene elegie, epitalami e poemetti più lunghi ed impegnativi in esametri e in distici elegiaci, scritti secondo il gusto erudito della poesia alessandrina. In questi carmi si avverte un interesse ed una partecipazione poetica più accentuata, emerge infatti una ricercatezza linguistica e stilistica.
- La terza parte (69-116) è composta dagli epigràmmata ossia appunto da epigrammi composti in distici elegiaci.
Di cosa trattano i carme di Catullo?
Una parte importante del Liber catulliano è costituita dai componimenti a sfondo amoroso dedicati a Lesbia. Dai quali si evince che la relazione ebbe un principio felice ma che nel protrarsi del tempo, fu oscurata dai numerosi tradimenti della donna, alternando momenti di gioia a momenti di infelicità per il poeta.
La visione catulliana dell’amore è una concezione totalmente nuova per la società romana tradizionalista; che considerava ufficiale soltanto il legame consacrato, ovvero il matrimonio, e inferiori i rapporti extraconiugali.
Per Catullo, il rapporto con Lesbia, anche se vissuto con estrema trasgressività contro i moralisti, è comunque fondato su un “patto” (“foedus”) che comporta lealtà, stima, rispetto reciproco e fedeltà incondizionata. E perciò non ha meno valore rispetto ad un matrimonio.
Oltre all’amore, vi sono numerosi altri temi affrontati in questa raccolta di carmi. Molti di essi sono dedicati ad amici scrittori e lasciano intravedere uno spicchio di vita quotidiana che il poeta conduceva a Roma, e soprattutto i rapporti con la cerchia dei neoterici.
Le frasi più belle del Liber catulliano
Ma ora passiamo direttamente a vedere nel dettaglio le frasi più belle scritte da questo amatissimo autore.
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus.
Viviamo, mia Lesbia, e amiamo.
Soles occidere et redire possunt: | nobis, cum semel occidit brevis lux, | nox est perpetua una dormienda.
I soli possono cadere e tornare; | per noi, quando la breve luce cade, | c’è il sonno di una notte senza fine.
Da mi basia mille, deinde centum, | dein mille altera, dein secunda centum, | deinde usque altera mille, deinde centum, | dein, cum milia multa fecerimus, |conturbabimus illa, ne sciamus, | aut ne quis malus inuidere possit, | cum tantum sciat esse basiorum.
Baciami mille volte e ancora cento | poi nuovamente mille e ancora cento | e dopo ancora mille e dopo cento, | e poi confonderemo le migliaia | tutte insieme per non saperle mai, | perché nessun maligno porti male | sapendo quanti sono i nostri baci.
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. | Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Come posso farlo, forse mi chiedi. | Non so, ma sento che accade, ed è la mia croce.
Mulier cupido quod dicit amanti, | in vento et rapida scribere oportet aqua.
Ciò che una donna dice all’amante pieno di desiderio bisognerebbe scriverlo nel vento e nell’acqua corrente.
Dilexit tum te non tantum ut uulgus amicam, | sed pater ut gnatos diligit et generos. | Nunc te cognoui: quare etsi impensius uror, | multo mi tamen es uilior et leuior. | Qui potis est? inquis. Quod amantem iniuria talis | cogit amare magis, sed bene velle minus.
Allora ti ebbi cara non solo come il volgo l’amante, | ma come il padre ha cari i figli e i generi. | Ora ti conosco; perciò anche se brucio più forte | per me tuttavia hai meno valore e peso. | Com’è possibile? Chiedi. Perché, se ami, un torto così | ti fa amare di più ma voler bene meno.
Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa, | atque ita se officio perdidit ipsa suo, | ut iam nec bene uelle queat tibi, si optuma fias, | nec desistere amare, omnia si facias.
A tale l’animo è giunto per tua colpa, mia Lesbia, | e così s’è rovinato per serbare la fede, | che non può più volerti bene, se diventassi un modello, | né cessare di amarti se facessi di tutto.
Difficile est longum subito deponere amorem.
È difficile deporre d’improvviso un amore lungo.
Si quicquam cupido optantique obtigit umquam | insperanti, hoc est gratum animo proprie. | Quare hoc est gratum nobis quoque, carius auro | quod te restituis, Lesbia, mi cupido. | Restituis cupido atque insperanti, ipsa refers te | nobis. O lucem candidiore nota.
Il sogno, il desiderio, contro ogni speranza appagato, | è la gioia dell’anima più vera. | Così anche a me tu dai una gioia più cara dell’oro, | tornando, Lesbia, quando più ti bramavo, | e ti bramavo senza sperare, e tu vieni da te, | per me. Giorno di privilegio questo.



